Missionari in Ciad ci scrivono: «Dove tu ci vuoi», fratelli in una nuova famiglia

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In vista della Veglia missionaria di Villadossola di domani, sabato 17 ottobre, sul giornale in edicola questa settimana uno speciale dedicato alle missioni con l’articolo di fondo a cura dei nostri fidei donum in Ciad. Eccolo.

«Eccomi, manda me!». Il tema della Giornata mondiale missionaria di quest’anno fa venire in mente un canto scritto alcuni anni fa che si faceva ogni tanto in seminario: «Dove tu mi vuoi, io sarò». Sì, con lo stesso entusiasmo di Pietro, ma anche con le sue debolezze, quando Gesù gli dice che arriverà il tempo che sarà un altro a condurlo dove lui non vuole. 

Papa Francesco, tante volte ci mette in guardia dal pericolo di trasformarci in un’Ong e ci richiama alla bellezza dell’essere famiglia, dell’essere Chiesa. 

Una delle caratteristiche della famiglia è che non si sceglie, non si studia a tavolino, non si scelgono né i genitori, né i fratelli. Lo fa qualcun altro che ci fa “stare” lì: «dove tu mi vuoi».

Ma è proprio lì che si impara a vivere insieme, ad amarsi. La Grazia esiste, la Provvidenza opera, lo Spirito soffia. 

Ad un incontro di formazione per missionari (parecchio noioso) il relatore aveva sciorinato un elenco infinito di attitudini del buon missionario, praticamente un supereroe, così che don Silvano, che da tantissimi anni era in Africa, aveva commentato: «se il missionario deve avere tutte queste caratteristiche, posso solo fare la valigia e tornarmene a casa!». 

L’esperienza missionaria in Africa, lontano da casa, ti fa sentire come un bambino piccolo, non hai più niente, a parte due cose: l’umanità e il Vangelo: non sai parlare, hai solo la Parola, sei ignorante su ogni cosa, ti resta solo di poter sorridere, danzare, piangere con qualcuno, spezzare il pane. 

Ma allora, «dove tu mi vuoi», è solo poesia? E’ veramente possibile? Sì, se si trova la spinta giusta.

Oggi, qualcuno pensa che la missione non sia un interesse di tutti, ma un pallino di pochi. Eppure la Chiesa, se non annuncia il Vangelo, che cosa fa? Non ci preoccupa che ancora tantissima gente non conosca il Signore Gesù? 

Quanti sacrifici sono stati fatti perché il primo annuncio potesse arrivare fin qui! Alcuni preti e suore sono anche seppelliti in questa terra.  Il Vangelo è arrivato  tra la popolazione Moundang (l’etnia che abita la zona affidata ai preti novaresi ndr.) attraverso la chiesa luterana: era il 1920  quando una giovane coppia di americani, un pastore e sua moglie, sono arrivati in questa terra.

Il primo prete cattolico, padre Raul Martin,  è giunto, invece, solo  nel 1957, in una terra dove pochissimi erano cristiani, dove lui stesso non conosceva la lingua e la vita era durissima. Oggi, dopo 63 anni, nella nostra diocesi di Pala metà dei preti sono africani. I fidei donum burundesi hanno superato gli italiani; bel segno di una  Chiesa africana che cresce con la capacità di donare.

C’è stato un lavoro enorme da parte di molti per annunciare il Vangelo e costruire la comunità cristiana.  

Pensiamo ai preti novaresi presenti dal 1988 nella parrocchia di Bissi Mafou. Come don Alberto Olivo che ha lavorato duramente per apprendere bene la lingua Mundang e riuscire a comunicare e mettersi in relazione con la gente del posto.

Ma il lavoro da fare è ancora molto. C’è tanto bisogno di una presenza che annuncia: solo il 10% della popolazione è cristiana. 

Ora, però, l’etnia Moundang con la quale noi lavoriamo ha già dato alla Chiesa di Pala due sacerdoti e un giovane è appena entrato in seminario. 

La diocesi di Pala è vastissima, con una superficie grande quanto il Piemonte. Siamo cinquanta preti e un pò di suore e una fidei donum laica, però i pochi cristiani sono vivaci e generosi e alcuni di loro sono dei veri annunciatori in casa propria.

Davvero possiamo dare poco di nostro in una cultura tanto differente, sono tante le cose che ci appaiono inaccettabili, assurde o incomprensibili, siamo impotenti di fronte a tanti problemi di un paese agli ultimissimi posti per indice di sviluppo: scuola, sanità, infrastrutture e comunicazioni sono molto arretrate. Noi portiamo il racconto del Signore Gesù: è lui che opera e che trasforma, che dinamizza, che fa lievitare, che fa nascere cose nuove. È qui tra i nostri villaggi che scopriamo il significato di essere servi inutili, eppure testimoni di tanti frutti. La fatica e il sudore non mancano, ma quante volte sono sterili? È proprio vero che il Signore dà frutti ai suoi amici nel sonno, nella tranquillità serena di coloro che sono come «un bambino svezzato in braccio alla mamma». 

Siamo persuasi che la missione non sia una tecnica, una strategia, un lavoro, ma “un annunciare la Buona Novella” condividendo totalmente la vita dei fratelli. Certo, si cerca anche di rispondere ai tanti problemi della gente: si fanno tante cose: scuole, dispensari, pozzi, laboratori di cucito, attività culturali, ma  più che risposte immediate il Signore Gesù offre la sua presenza, offre se stesso. 

Ciò che insegna Gesù è abitare insieme, ascoltare e pregare.

Insomma, esserci «dove tu ci vuoi»; dire prontamente: «eccomi, manda me!».

Chiara Martini, 

don Benoît Lovati, 

don Fabrizio Scopa, 

don Nur El Din Nassar 

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