In questo anno travagliato voglio augurarvi Buon Natale con un testo di drammatica intensità scritto nel 1960 da Giovanni Battista Montini, il futuro papa san Paolo VI. È un forte messaggio augurale, che voglio estendere a tutti voi, alle vostre famiglie, ai piccoli e agli anziani, ai giovani e agli adulti, ai vicini e ai lontani, nel ricordo pieno d’affetto di chi ci ha lasciato, rapito dalle nostre case e dai nostri cuori. La Madonna con il Bambino benedicente di Gaudenzio Ferrari sia posta nel vostro presepe e nelle vostre abitazioni per donarvi fiducia, consolazione e speranza.

Natale è nostalgia della nascita. Non solo dell’inizio della vita, ma di quell’età in cui la meraviglia del mondo sta davanti agli occhi del bimbo col suo mistero luminoso. È impulso a ritornare all’origine di se stessi. Soprattutto in questo momento di smarrimento e incertezza. Anzi è desiderio di mettersi a sognare un futuro di speranza. La parola che illumina il cielo ancora buio è rinascere. Lungo questo autunno, attraversato dalla rassegnazione e dall’ansia, sono andato più volte a cercare un minimo d’azzurro. Rovistando nel cassetto della memoria, n’è uscito, verso la fine di novembre, questo testo che appartiene ai ricordi più antichi. Era il Natale 1960. Un presepe grandioso fatto con arte, colori, musiche e cieli stellati. Di quelli che rimangono impressi nella memoria infantile. E con un sottofondo che non poteva non impressionare la fantasia di un ragazzo di paese. Avevo poco più di dieci anni. Il prete artista faceva ascoltare ai visitatori del Presepe il messaggio dell’Arcivescovo di Milano. Registrato su un long playing, con brevi intermezzi musicali, risuonava nella voce grave e baritonale di Montini: «Uomo d’oggi! Io ho un messaggio per te! Mi vuoi ascoltare un momento?». M’è rimasto impresso nella memoria e nel cuore. Di ragazzo di dieci anni! Ho cercato più volte quel testo. Non era un’omelia, non era una lettera scritta. Era solo un messaggio! Seminato nel cuore di quell’epoca in cui stava per iniziare il boom degli anni Sessanta. Il miracolo italiano! Dove, in modo corale, tutti s’è fatta rinascere la propria storia personale, quella della famiglia, della regione e del Paese. Questo messaggio riscoperto m’è arrivato con un libro, prima riportato nella minuscola calligrafia del futuro Paolo VI, poi trascritto a stampa per la felice passione di mons. Sapienza di raccogliere i testi introvabili del Pontefice, definito il “poeta della modernità”. E profeta del nostro tempo! Vorrei che leggeste questo scritto come sfida per la “rinascita” che ci attende. Il nostro secolo è iniziato sotto il segno tragico delle Torri Gemelle e termina il suo secondo decennio con il drammatico stop della pandemia. Se Montini era preoccupato e pensoso perché il benessere che gli italiani stavano costruendo non smarrisse il senso di Dio e lo spiritualità dell’uomo, oggi possiamo dire: anche la rinascita che ci sta davanti ha bisogno di un supplemento d’anima. Che significa rinascere? Proviamo a dirlo scrivendolo sullo spartito del testo forse più bello di Montini. Rinascere è prima di tutto sentire che noi siamo esseri fragili e tuttavia generativi, esseri mortali ed esseri natali. Con le parole di Pascal sull’uomo: «Un nulla, rispetto all’infinito, un tutto, rispetto al nulla, un qualche cosa di mezzo fra il nulla e il tutto…». Senza l’umiltà di sentirci piccoli, senza il dono che osa generare vita attorno a noi, il nostro domani non può essere una sfida alla speranza! Rinascere è risvegliare il nostro desiderio di felicità, o forse meglio di eternità. Dinanzi a tanti anziani che ci hanno lasciati nella più lacerante solitudine, forse non siamo stati capaci di dire la parola che conta. Provocatoriamente Montini la raccoglie dalla penna di un artista non credente: «Questo mondo, così com’è fatto, non è sopportabile. Ho perciò bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità, di qualche cosa che sia forse pazzia, ma che non sia di questo mondo». Ho bisogno dell’immortalità! Abbiamo bisogno di tornare ad agire sotto la luce della speranza. Rinascere, infine, è essere testimoni di un messaggio in parole ed opere. Le parole del Natale: «Non aver paura! (questa è la prima parola: non aver paura!). Ecco: io vi porto una buona novella, che sarà di grande gioia per tutto il popolo. Oggi vi è nato… il Salvatore, che è Cristo Signore!». E le opere che generano creatività e responsabilità per il futuro prossimo. Non diciamo: “dopo non sarà più come prima”. Quando guardiamo lo spettacolo delle strade, non appena ci è concessa un po’ di libertà, ci assale ancora la paura e il timore. “Dopo sarà diverso da prima”, solo se saremo uomini e donne natali, che sognano di rimettere al centro la vita della città, il noi al posto dell’io, la prossimità invece della competizione, la fiducia invece del sospetto, la parola edificante invece della maldicenza, i beni comuni invece dell’accaparramento di pochi, la forza della speranza invece che il contagio della depressione. Perché a Natale una luce s’è levata. Così dice il messaggio di un Papa che è rimasto cristiano: «Sì. È venuto Chi ci può salvare. È venuto per noi. È nostro fratello. Ed è il Verbo di Dio fatto uomo. È Colui che conosce l’uomo. È Colui che conosce il dolore. È Colui che instaura l’amore nel mondo; Colui che dà la pace, la verità, la grazia, la gioia, la Vita. Si chiama Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Salvatore». Andiamo a Betlemme a vedere questa grande luce!

Franco Giulio Brambilla Vescovo di Novara

Messaggio di Giovanni Battista Montini per il Natale 1960

Uomo d’oggi! Io ho un messaggio per te! Mi vuoi ascoltare un momento? Se tu mi chiedi chi io sia, ti dirò ciò che è secondario, sebbene importante: sono un messaggero, sono un mandato. Vengo da lontano, e vengo per te. Vengo da Cristo; è Lui che mi manda. Ecco: ora tu diffidi di me e di Lui, e non vuoi ascoltare. Tu hai paura; sì, hai paura d’essere mistificato, tu sei tanto sicuro del tuo sapere. Hai paura di essere distratto dalle tue meravigliose occupazioni, le quali mettono nelle tue mani il dominio del mondo. Fors’anche hai paura che quello che io ti dica sia vero, terribilmente vero; e vorresti far tacere la mia voce prima ch’essa avesse a parlare. Allora prima che io parli, io ascolto te, quando tu stesso ti definisci, quando con sincerità assoluta tu parli di te a te stesso. Tendo l’orecchio, perché la voce che sale dalla tua coscienza è fioca; mi pare che faccia propria la parola antica e sempre vera, di Pascal: «… l’uomo nella natura? Un nulla, rispetto all’infinito, un tutto, rispetto al nulla, un qualche cosa di mezzo fra il nulla e il tutto… egualmente incapace di comprendere il nulla donde è tirato, e l’infinito, in cui è inghiottito». E allora? Non sei, uomo d’oggi, un mistero crescente? Man mano che il tuo giorno s’illumina della tua luce artificiale, intorno a te s’addensa più oscura una notte impenetrabile. Alza la tua voce, e parla più chiaro, nel linguaggio moderno; io ti sento gridare, per bocca d’un tuo testimonio: «Questo mondo, così com’è fatto, non è sopportabile. Ho perciò bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità, di qualche cosa che sia forse pazzia, ma che non sia di questo mondo» (Albert Camus). Io comprendo. La tua tristezza rasenta talvolta l’ossessione del nulla, dell’assurdo e della disperazione, dà ragione alla prima parola del messaggio, ch’io ti voglio annunciare. Se già lo conosci, val la pena di ripeterla: «Uomo d’oggi, tu hai bisogno di qualche cosa». In questo siamo d’accordo: ogni esperienza lo dice, ogni programma lo proclama: v’è bisogno di questo; v’è bisogno di quest’altro. L’uomo è un essere piccolo, ignorante, povero, solo, malato, illuso… e così via, che ha bisogno di diventare grande, istruito, ricco, sociale, sano, cosciente… È un figlio che cresce, l’uomo; così l’ha chiamato la Bibbia. Dimmi: e se fosse infelice, l’uomo, per un male inguaribile, cioè se fosse peccatore? voglio dire oppresso da una responsabilità fatale, da cui non può più liberarsi? Non vi sarebbe per lui altro insultante rimedio che il cinismo? l’angoscia? il rimorso? la disperazione? la dannazione? Ascolta, io ti prego, uomo d’oggi, il messaggio ch’io ho per te. Ma ancora tu m’imponi il silenzio. Tu dici: è vero, l’uomo ha bisogno di salvezza; ma l’uomo si salva da sé. L’uomo d’oggi, così! Egli è troppo evoluto, egli è troppo critico, egli è troppo ricco, egli è troppo potente per chiedere ad altri che a se stesso la propria salvezza. Questa è la tua conclusione, lo so, uomo d’oggi. Tu ne sei fiero. Tu affermi che sei capace di salvarti da te. Uomo d’oggi! Ascoltami. Cotesta è la tua conclusione, ma non è la tua certezza. Non può essere la tua verità. Tu stesso hai la percezione, che quanto più cresci nelle conquiste del tuo progresso, e tanto più sei esposto alla rovina, tanto più hai bisogno di essere salvato! Ricorda le tue guerre recenti! Guarda le armi che ti stai fabbricando. Leggi nel cuore dei popoli, senza principii, senza coesione, senza pace. Vedi il loro stesso cammino verso un nuovo ideale di unione, di giustizia e di bontà: è utopia, è ipocrisia, è follia? o è speranza? Se è speranza, questo ti volevo dire: io conosco Chi la può garantire. Io conosco Chi la può realizzare. In un modo tutto suo; in un modo che trascende i desideri del messianismo temporale, sì; ma in un modo certo, in un modo umanissimo, in un modo… Mi ascolti? in un modo divino! Perché il messaggio ch’io ho per te, uomo d’oggi, è ancora quello del Natale: «Non aver paura! (questa è la prima parola: non aver paura!). Ecco: io vi porto una buona novella, che sarà di grande gioia per tutto il popolo. Oggi vi è nato… il Salvatore, che è Cristo Signore!» (Luca 2, 10-11). Uomo d’oggi, tu non sei insensibile a questo fatidico annuncio! Io lo so. Tu hai gli occhi sbarrati: io lo vedo; tu sei profondamente commosso. Non lo vuoi dire; ma tu piangi; tu esulti! Tu non parli, ma io indovino le questioni che ti balzano in cuore: Dov’è? Chi è? È proprio vero? È proprio per me? Si. È venuto Chi ci può salvare. È venuto per noi. È nostro fratello. Ed è il Verbo di Dio fatto uomo. È Colui che conosce l’uomo. È Colui che conosce il dolore. È Colui che instaura l’amore nel mondo; Colui che dà la pace, la verità, la grazia, la gioia, la Vita. Si chiama Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Salvatore.

 

(G.B. Montini, Messaggio augurale per il Natale 1960, in Paolo VI, Non esistono lontani, a cura di Leonardo Sapienza, San Paolo, Cinisello Balsamo 2020, 19-27).

 

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