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Messa di Natale in duomo, «Rendiamo i nostri cuori grotte di Betlemme»

Foto Agenzia Visconti

«Rendiamo i nostri cuori come la grotta di Betlemme, dove accogliere Dio in una fede viva, una speranza ardente, una carità bruciante».

Un augurio niente affatto formale, un invito a riscoprire il senso profondo del mistero dell’incarnazione: a scorgere davvero, in quella grotta di 2000 anni fa « l’Emmanuele, il “Dio-con-noi”, venuto per farci passare dalle tenebre della notte alla luce della vita eterna».

Lo ha fatto il vicario generale della diocesi don Fausto Cossalter nella messa della notte di Natale in cattedrale, gremita di fedeli: di persone e di storie tutte diverse tra loro, eppure tutte benvenute di fronte a Gesù che nasce, perché «in questa notte non ci sono distinzioni, tutti siamo stati attratti da un bambino che è il dono più grande che Dio ci fa di se stesso. I nostri dubbi e le nostre convinzioni religiose o morali vengono solo dopo».

E, allora, quelle del vicario generale sono state parole che si sono rivolte al cuore di ognuno, nudo e disarmato di fronte a quell’incontro tra Dio e l’Uomo che la Parola ha raccontato: «Sì, diventiamo grotta per Dio – ha detto -! Una grotta semplice, povera, come poveri siamo noi, ma aperta e accogliente, perché la grotta non ha porte sbarrate, anzi non ha proprio porte, ma è un rifugio che invita ad entrare chi ha bisogno di trovare riparo».

Parole, però, che non possono che far pensare alla realtà di oggi, quella raccontata sui giornali e quella che si sperimenta nel quotidiano: «quante ingiustizie – ha ricordato don Cossalter -, quanto odio e cattiveria, quante barriere, quante porte sbarrate, quanta sofferenza sono ancora presenti nel mondo e anche nel nostro Paese e nella nostra città», tanto da fare pensare che, infondo, «la sua venuta sia stata invano».

Una constatazione che non si rassegna all’accettazione, e che anzi, proprio per la forza del mistero dell’Emmanuele, apre alla speranza. Don Cossalter lo ha fatto con i versi di una preghiera di Paolo VI, nell’omelia del Natale del 1955, quando era arcivescovo a Milano: «L’umiltà trascendentale di Dio si è palesata feconda. Cristo non sei lontano nei secoli. Tu sei vicino, sei presente, sei nostro, se ti sappiamo accogliere».

«Cuori come grotte di Betlemme», dunque, di fronte ad un evento che ha cambiato la Storia, ma che non è relegato nel passato e che, se accolto, può diventare fermento per costruire oggi un mondo migliore.

Per tutti: «Da questa celebrazione si irradi ora su tutta la città, attraverso di noi, un sincero augurio di Buon Natale! – ha concluso il vicario generale -. Giunga a tutti indistintamente; lo accolgano soprattutto coloro che sono stanchi della vita e non ce la fanno più; coloro che hanno perso il lavoro perché la loro ditta ha chiuso e ora non trovano più nulla perché ritenuti vecchi per il mercato del lavoro. Lo accolga chi ha perso la casa; chi piange perché ha smarrito l’amore su cui aveva puntato tutto; chi è preoccupato per la malattia, propria o della persona che ama; chi è in carcere o nelle case di riposo; chi si sente inutile o solo…».

Foto Agenzia Visconti
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Andrea Gilardoni: