Borgna: «Un’angoscia come quella della guerra»

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Eugenio Borgna, lo psichiatra che non ha mai praticato un elettrochoc, ma ha curato migliaia di pazienti con il dialogo e la poesia (fra gli altri, nel suo «prontuario», Hölderlin: «Noi siamo un colloquio»), con la vicinanza e lo sguardo, ha vissuto tutta la sua vita in relazione con l’incertezza. Nel suo nuovo libro, Il fiume della vita. Una storia interiore (Feltrinelli; ne parlerà con Umberto Galimberti nelle conversazioni on line «leggiamoacasa», sui canali social) guarda ai motivi nascosti che lo hanno spinto anni fa a lasciare la clinica universitaria («una nave che solcava gli oceani») per il manicomio («una navicella esposta ai venti del destino»). Semplificando, ciò che lo ha portato a lasciare il certo per l’incerto (che invece non ha mai abbandonato). «Ci risentiamo in un momento ben diverso, tragicamente diverso» dice la sua voce gentile, al telefono. Professor Borgna, che cosa può dirci, appunto, di questo momento, in cui la vita davvero sembra un fiume che ci travolge? «Momenti così tragici li ho vissuti quando la guerra imperversava e, nella mia cittadina, si nascondevano minacce improvvise. Quello che rende analoghe, in qualche modo, le condizioni è che, anche allora, il nemico non si conosceva e non si vedeva: i tedeschi, che apparivano e scomparivano, con la loro volontà di distruzione». E il nemico di oggi? «È ancora più sconosciuto: conosciamo soltanto il guscio vuoto di questo nemico, che ci può assalire in qualsiasi momento. C’è un dialogo ferito, lacerato con questa morte enigmatica, che può arrivare da un momento all’altro, anche solo perché sei dovuto uscire di casa… Anche se c’è chi si confronta con questa oscurità totale con coraggio, o rassegnazione, o attesa, e chi ne viene sopraffatto, sommerso, in qualche modo accrescendo, se possibile, le onde dell’angoscia e della sofferenza». L’angoscia sembra dominarci. «Quando l’angoscia è dentro di noi, le cose che potremmo considerare entro i loro confini vengono vissute agli estremi, in particolare la morte. Teresa d’Avila diceva che, coloro che Dio vuole salvare, vengono condotti lungo i sentieri dell’angoscia». È così che viviamo oggi? «È possibile che l’angoscia che vive in noi, anche in un momento così doloroso, cambi a seconda della fede, della speranza e della capacità di incanalare questi fiumi impazziti di disperazione». Come si può fare? «Questo essere indotti nelle nostre case e questo perdere le abitudini possono portarci alla disperazione o, anche, a riflettere, cosa che non facevamo prima, sul senso della vita e sulla fragilità, e sull’importanza che ha il saper creare una comunità di cura, di ascolto e di partecipazione, così da rivivere le angosce degli altri come se siano, in parte, le nostre. Le ore, le giornate che viviamo, sono un’occasione – anche se le parole qui devono essere attente, e parlare di occasione deve essere spiegato». Ascoltiamo. «Al di là dell’angoscia, della morte e della sofferenza, in ciascuno di noi dovrebbe nascere una riflessione diversa sulla vita che è, e su quella che avevamo prima, che correva come un fiume senza mai incontrare un intralcio, invece gli intralci sono parte della vita… Come ha scritto Hölderlin, che nella follia trovò la creatività, è proprio nella condizione di sofferenza estrema che ci è data la possibilità di salvarci». Le persone muoiono sole negli ospedali, senza neppure poter salutare i propri cari. Non è tremendo? «Sì. Si muore sempre soli. Però è diverso morire soli, se questa solitudine è legata alla presenza di un familiare, che rende la morte più personale, meno lacerante, meno straziante. Se invece si muore soli, e isolati, c’è la perdita totale di vicinanza umana, questa morte senza uno sguardo, una carezza, un segno di presenza. Qui le parole si fanno banali, povere… Questo morire isolati forse è l’esperienza più dolorosa e straziante che la vita ci presenta, con questo nemico sconosciuto che ci porta a una morte impersonale. Le fotografie dei camion che trasportano le bare gettano nella disperazione chiunque». Nel libro scrive delle paure «che dilagano senza fine». E ora? «Le paure fanno parte della vita. Al di sotto delle loro molteplicità si nasconde, sempre, l’ombra della morte. Oggi però hanno un’incandescenza, una distruttività e una capacità terribile di isolarci, di chiuderci in noi e di farci perdere il contatto con gli altri, perché temiamo ci trasmettano il contagio. E questa è una paura che, dopo la guerra, ho colto solo in queste settimane». La paura degli altri? «Non ci si guarda neanche negli occhi, si fugge lo sguardo degli altri, che a loro volta sfuggono il nostro. Sentiamo che tutto può accadere. Questo sconvolgimento dei rapporti umani si può comprendere, ma dovremmo ripensare ad esso, dovremmo pensare che siamo tutti sulla stessa barca, e dovremmo avere il coraggio di sfuggire a questa paura indiscriminata, qualche volta delirante». Una nuova incapacità di vivere le relazioni? «Questo fuggire dallo sguardo, come i camion, mi sembra una delle cose più terribili, dal punto di vista della tenerezza. Ci si può rivolgere un sorriso, non le sembra? Si può anche versare una lacrima, che sale al cielo… Se non riusciamo a cercare una possibilità di salvezza dentro di noi, e negli altri, davvero il virus ci sconfiggerà e ci ucciderà, ucciderà le persone e anche la speranza che è in noi». Fragilità è la condizione umana alla quale ha vissuto sempre vicino. Che parole le vengono in mente, oggi, a proposito di questa fragilità? «La fragilità, che vive in noi, è conoscenza di sé e coscienza dei propri limiti. E poi c’è la speranza, passione del possibile, come diceva Kierkegaard. La fragilità è il punto di partenza per creare relazioni umane significative, che facciano del bene. E poi c’è l’apertura, la speranza». Di speranza abbiamo bisogno. «Per qualcuno, la speranza è una medicina per arginare, in parte, l’angoscia della disperazione. È il futuro». Giuliano Landolfi

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