Verità per Giulio e per i tanti sommersi

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«Che cosa ciascuno di noi può fare? Continuare a fare pressione perchè si arrivi alla verità giudiziaria sul caso Regeni, perchè le nostre autorità non arretrino di fronte ai silenzi del governo egiziano in nome di interessi economici o geopolitici». E’ quanto il portavoce della sezione italiana di Amnesty International Riccardo Noury  tonerà a chiedere la sera di mercoledì 3 ottobre al Teatro Maggiore di Verbania, come ci spiega a pochi giorni dall’anniversario del 32esimo mese dal ritrovamento (il 3 febbraio 2016) del cadavere del  giovane ricercatore friulano ucciso al Cairo, per il quale è in corso una Ciclostaffetta nazionale (si veda in alto).

A che punto sono le indagini sull’omicidio?

Sappiamo che sono stati individuati nove membri di uno dei servizi di sicurezza che sorvegliavano Regeni nelle ore immediatamente precedenti alla scomparsa: si sospetta che siano implicati nel pedinamento e forse nel sequestro avvenuto il 25 gennaio 2016. Siamo in attesa che vengano interrogati.

Un anno fa un’inchiesta condotta da Al Jazeera basata su fonti anonime dell’esercito egiziano ha puntato l’indice contro le più alte autorità dello Stato. Con quali effetti?

Né la magistratura egiziana né quella italiana possono ovviamente esaminare dossier anonimi. C’è da dire però che la complicità degli apparati di sicurezza nel sequestro e nell’omicidio di Regeni, così come dei 111 casi di sparizioni forzate dal dicembre 2017 ad oggi solo per aver criticato il presidente Al-Sisi, non è certo un  segreto per chi si occupa di diritti umani. Si sa di quali eccessi repressivi si sia macchiato negli ultimi anni il regime di Al-Sisi.

Si è parlato di scarsa collaborazione da parte della magistratura egiziana…

Certamente: basti pensare che i filmati delle telecamere sono stati consegnati con due anni e mezzo di ritardo, e sono praticamente inservibili. Le forme di omertà, di reticenza e di resistenza a collaborare sono state tante.

Come giudica il ritorno dell’ambasciatore italiano un anno fa al Cairo?

Diciamo che da parte dell’Egitto è stato interpretato come un atto di resa, ed in un certo senso è così: è stato quanto meno intempestivo, considerato che il ripristino di piene relazioni diplomatiche era basata sul presupposto che la presenza di un nostro rappresentante avrebbe accelerato l’inchiesta, portato all’accertamento della verità e fatto compiere passi avanti nella collaborazione tra le due Procure. Nulla di tutto ciò è avvenuto: si è trattato di una previsione fallace visto che di passi avanti non ce ne sono stati.

Sia membri del governo che, di recente, il presidente della Camera Roberto Fico sono stati al Cairo. Come valuta queste visite?

L’azione del governo attuale si sta purtroppo rivelando in piena continuità con quella del precedente: si continua ad insistere sull’importanza dei rapporti commerciali, sulla politica del plauso, tutto fuorchè cercare la verità su Giulio… La visita del presidente Fico è stata di segno diverso, ha riacceso la speranza che il lavoro della procura di Roma possa essere finalmente accompagnato da pressioni politiche serie.

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