Terra Santa: reportage da Nisf Jubeil, dove il presepe crea dialogo

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Ruwaida è musulmana e crea presepi in ceramica. Il suo maestro è Maurizio Enrico Villa, esperto presepista ambrosiano che poco più di un anno fa ha insegnato a lei e ad altri giovani palestinesi quest’arte così antica. Siamo a Nisf Jubeil, paesino di circa trecento abitanti arroccato sulle colline della Samaria, una delle regioni più povere della Palestina. Nisf Jubeil è un villaggio minuscolo, in cui ancora le persone si muovono sugli asini e si ritrovano a chiacchierare sedute in mezzo alle strade strette. È qui che l’Associazione pro Terra Sancta e il Mosaic Centre Jericho hanno avviato un centro di produzione di ceramiche. Un laboratorio che si inserisce in un progetto più ampio di valorizzazione della tradizione culturale e artistica palestinese, come sostegno alla popolazione e volano per il territorio.

Ruwaida è una delle tre ragazze attualmente impiegate a tempo pieno nel laboratorio. Insieme alle altre, realizza piatti, oggetti e decorazioni in ceramica che riprendono motivi usati anticamente dagli artigiani locali. Erano più del doppio invece i giovani che hanno partecipato al corso pratico per imparare l’arte del presepe. Un’esperienza che, secondo il docente, è stata più che positiva: “La reciproca conoscenza, il mutuo rispetto e il desiderio di costruire insieme – spiega Villa al sito web della diocesi di Milano – hanno permesso un incontro corretto e fraterno e ottenuto un risultato insperato. La costruzione del presepe quale mezzo di dialogo ha promosso un laboratorio di tolleranza e di speranza, di solidarietà e di carità pratica”.

Proprio dai frequenti viaggi in Terra Santa l’esperto presepista ha tratto negli anni informazioni preziose sull’architettura palestinese di duemila anni fa, “suggerimenti basilari per chi vuole attenersi il più fedelmente possibile alle strutture e ai costumi di allora”, spiega.

Intanto, proprio accanto al laboratorio di ceramica, un’antica casa costruita secondo le antiche tecniche palestinesi è stata restaurata ed è ora una suggestiva guesthouse in cui i visitatori possono assaggiare i piatti tipici preparati dalle donne del villaggio e danzare sulle note delle musiche popolari indossando i costumi di un tempo.

“L’idea – spiega Osama Hamdan, direttore del Mosaic Centre – è creare un reciproco beneficio tra il vicino sito archeologico di Sabastiya e questi villaggi più piccoli, dove la ricchezza del patrimonio è forse più nascosta, ma c’è”. Un patrimonio che affonda le proprie radici anche nel cristianesimo, e che viene valorizzato e tramandato anche da chi cristiano non è.

Elisa Bertoli

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