Pastorale giovanile: R-estate in missione, un invito ai più giovani

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Restare «è un verbo pieno di tenerezza, che indica un tempo teso ad occupare tutta la vita» spiega Ilaria Cuffolo, 30 anni, docente di Lettere alle superiori. «Restare non come avanzo di qualcosa – aggiunge – ma come qualcuno che, nella libertà, fa una scelta e persevera: in missione si va e si torna, ma se il cuore si plasma e gli occhi si aprono, vi si resta sempre». Così, spiega, all’indomani dell’ottobre missionario e degli incontri animati dai giovani nelle unità pastorali missionarie è nato il progetto “R-estate in missione” rivolto ai giovani dai 18 ai 30 anni che desiderano vivere un’esperienza di missione. «Dopo un’esperienza di cooperazione in Kenya – racconta Francesco Tosi, ingegnere 37enne – ho realizzato quanto sia difficile sensibilizzare le persone e in particolare i giovani sulle missioni. Mi sono chiesto che cosa avrei potuto fare. Quando è stato proposto di costruire un progetto di formazione missionaria per i giovani della diocesi ho aderito senza indugi». Un’iniziativa frutto della condivisione di esperienze uniche. «Dopo aver toccato con mano la povertà di tante comunità nel mondo, non si può rimanere indifferenti: è stata questa consapevolezza – spiega Francesca Carmine, 25 anni, assistente sociale – a portarci a proporre sei tappe formative e un ventaglio di mete possibili». Un percorso per coinvolgere chi ha nel cuore il desiderio di trascorrere qualche giorno in un contesto di vita differente «e approfondire tematiche e storie – riflette – che possano essere significative soprattutto in questa fascia di età, dove essenziale è lasciarsi plasmare per divenire uomini e cristiani sensibili alle fragilità di tanti fratelli». «Invitiamo tutti – aggiunge Francesco – a cogliere questa occasione e a venire alla giornata di presentazione del 12 gennaio: per i più giovani può equivalere ad una boccata d’aria prima di tuffarsi nel fiume della vita; per i meno giovani può significare ritrovare valori cristiani dimenticati, fuori dai ritmi ossessivi che la società impone. Al contrario un’esperienza missionaria, se non ben preparata, può rivelarsi del mero turismo solidale o una vacanza alternativa. Vivere preparati un’esperienza di questo genere, dimenticandosi per un po’ di se stessi, aiuta a ritrovare stimoli che si erano assopiti». Qualcuno potrà chiedersi, riflette Francesca, come proprio in queste settimane di trepidazione per la giovane Silvia Costanzo Romano rapita in Kenya un giovane possa intraprendere scelte simili: «crediamo, contrariamente ai tanti commenti sterili diffusi in questi giorni – rimarca – che se non ci lasciamo frenare dalle nostre paure l’incontro con l’altro possa racchiudere davvero una bellezza difficilmente paragonabile ad altro. I giovani sono capaci di “accendersi” e donarsi se incontrano reali occasioni per vivere il servizio e la carità: siamo consapevoli che imboccare un bambino o posare mattoni non sia la soluzione per cambiare il mondo, ma siamo altrettanto certi che nessuno di questi gesti lasci indifferente sia colui che riceve sia colui che dona». L’équipe missionaria

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