Autonomia economica e affettiva contro abusi

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La cosa più importante per allontanare una donna vittima di abusi da un partner violento è renderla indipendente economicamente e quindi anche affettivamente, e poterla così aiutare a riprendere in mano la propria vita. è questa constatazione che ha portato l’associazione Liberazione e speranza, attiva da più di vent’anni a Novara contro la tratta della prostituzione e oggi in prima linea per la tutela delle donne vittime di abusi, a chiedere dei finanziamenti dall’otto per mille della Cei per aiutare le donne ad uscire da amori molesti.

Il progetto significativamente denominato “La bellezza delle donne forti” rientra tra le otto opere segno sostenute dalla diocesi e verrà finanziato con 25mila euro sui 30mila richiesti. «L’obiettivo è quello di far emergere attraverso il lavoro o esperienze di formazione pre-lavorative la bellezza delle donne che ad un certo punto decidono di denunciare chi le maltratta o lo sfruttatore che hanno incontrato nella vita» spiega Elia Impaloni, presidente di Liberazione e speranza.

«Abbiamo deciso di puntare sugli inserimenti lavorativi – spiega – perchè ci siamo rese conto che senza un percorso professionalizzante è quasi impossibile ottenere la piena autonomia di una donna che per vari motivi può non aver lavorato o aver appreso una professione: anche sulla dipendenza economica dal partner, spesso, si basa la resistenza delle donne a denunciare chi le maltratta».

Attualmente infatti oltre a diverse donne straniere vittime della tratta della prostituzione la sua associazione ha iniziato a seguire diversi casi di donne vittime di abusi in famiglie: «nel solo mese di ottobre – spiega – abbiamo avuto ben 17 donne che si sono rivolte allo sportello anti-violenza, in tutto sono circa una cinquantina quelle attualmente seguite, per metà italiane, fra i 19 e i 65 anni. L’emersione del sommerso credo sia il segno che stiamo lavorando bene». Ecco come nasce il progetto di far prendere ad alcune di loro il diploma per lavorare in un bar o in una mensa, oppure far prendere la patente per favorire gli spostamenti. «Non lavoriamo sui grandi numeri: puntiamo piuttosto a rafforzare il più possibile l’autostima delle donne che si trovano in queste situazioni di dipendenza mettendole nella condizione di lavorare. Debbo dire che abbiamo anche ricevuto grande collaborazione dalle aziende che accettano di accogliere nei loro tirocini donne in difficoltà e intendiamo aumentare queste collaborazioni».

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