Martiri della speranza: storie dei beati d’Algeria

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E’ la vita dei martiri e non solo la loro morte ad essere celebrata sugli altari: «i martiri sono testimoni di una vita più forte della morte, anche di quella violenta da loro subita» rimarca padre Enzo Bianchi nella prefazione al bellissimo libro uscito ieri in libreria «La nostra morte non ci appartiene». La storia dei 19 martiri d’Algeria (Emi 2018), scritto dal postulatore della causa di beatificazione padre Thomas Georgeon con Cristophe Henning. Padre Georgeon è atteso al festival Sconfiniamo di Verbania mercoledì 14 novembre alle 21 nell’incontro «Algeria, Tibhirine, l’amicizia e il martirio» a Villa Giulia (Pallanza). Modera don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. Il libro ricostruisce con una prosa avvincente e l’ausilio di numerose interviste le biografie, le scelte di vita di ciascuno e ciascuna martire ed il contesto nel quale maturò la loro scelta di non lasciare l’Algeria durante il conflitto tra l’integralismo violento di matrice islamista e la repressione dell’esercito che ha mietuto nel Paese almeno 150mila vittime, secondo stime non ufficiali, tra il 1992 e il 2001. A partire dal primo duplice omicidio di religiosi cattolici ad Algeri – l’8 maggio 1994 fratel Henri Vergès e suor Paul-Hélène Saint-Raymond –, il libro ricostruisce la crescente insicurezza che ha attanagliato la piccola comunità ecclesiale d’Algeria, composta da religiosi, missionari e missionarie, suore, vescovi. Fino al sequestro e all’omicidio dei sette monaci trappisti del monastero di Tibhirine, i cui corpi non vennero mai ritrovati: ancora oggi, rimarca padre Bianchi, le analisi scientifiche effettuate in Francia sui campioni delle loro teste, ritrovate due mesi dopo il rapimento, «contraddicono alcune delle ipotesi più attendibili sulla data della morte e sulle circostanze e le persone che l’hanno provocata». Ma al di là delle circostanze violente della loro fine, quel che colpisce nelle biografie dei 19 nuovi beati d’Algeria è l’amore per la loro vocazione ed il legame vitale con gli algerini e la terra d’Algeria che ispirò la decisione in ciascuno di loro di non rientrare in patria e di condividere la sorte degli algerini nella guerra civile fino al prezzo della vita, in piena coerenza con l’affermazione di mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano ucciso il 1° agosto 1996, secondo il quale: «Non siamo mossi da non so quale perversione masochista o suicida. Ma restiamo come al capezzale di un amico, di un fratello ammalato, in silenzio, stringendogli la mano». Scriveva ancora fratel Michel Fleury, monaco di Tibhirine, assassinato il 21 maggio 1996: «Se ci succedesse qualcosa, vogliamo viverlo qui, restare accanto al popolo algerino solidali con tutti gli algerini che hanno già pagato con la vita». A partire dal libro, a Verbania padre Georgeon racconterà le vicende umane e spirituali di questi 19 «oscuri testimoni della speranza», per citare l’affermazione di uno di essi, padre Christian de Chergé, priore del monastero di Tibhirine, luogo dello spirito reso celebre dal film Uomini di Dio, che saranno proclamati beati il prossimo 8 dicembre a Orano, in Algeria.

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