«Volontari in una terra occupata»

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«Il Ruanda è stato il mio primo viaggio, mi ha cambiato la vita; il Mozambico mi ha fatto prendere coscienza della vocazione ad aiutare gli altri; la Palestina mi ha aperto gli occhi su cosa significhi nascere in un Paese in guerra,  crescere sotto occupazione, vivere senza  la libertà e perennemente sotto tensione». Rachele Ferrari, 21 anni, studentessa novarese al secondo anno di Scienze Politiche a Padova, parla con passione delle tre esperienze di volontariato internazionale svolte negli ultimi tre anni e che saranno al centro dell’incontro di sabato 13 ottobre a San Pietro Mosezzo nell’ambito dei 27 incontri con giovani testimoni delle missioni organizzati dal Centro diocesano missionario nel mese dedicato quest’anno al tema “Giovani per il Vangelo”.

«Perchè fare volontariato in un Paese in via di sviluppo? Fondamentalmente – risponde Rachele – perchè è una straordinaria esperienza di crescita umana, intellettuale, di consapevolezza di se stessi. Aiuta a ridimensionare tanti problemi personali, a uscire da sé per occuparsi degli altri. Favorire l’istruzione di bambini sieropositivi, aiutare un gruppo di ragazze madri a mettere su dei piccoli lavori e poter così crescere i loro bambini in un Paese reduce da un genocidio e dove la donna ha un ruolo centrale, mi ha dato un’enorme carica» racconta la studentessa, che anche oggi con un gruppo di amici porta avanti progetti di volontariato con la Onlus italo-ruandese Turi kumwe.  Lo scorso maggio Rachele ha vinto insieme ad altre tre studentesse un concorso lanciato dalla Cei per documentare progetti di sviluppo sostenuti con l’Otto per mille:  «ho trascorso un mese a Betlemme, tra anziani e bambini delle materne assisstiti dall’associazione ATS Pro Terra Santa.  Indimenticabile!».

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