Togo: p. Galli: «Ancora proteste, paura per instabilità nel paese»

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proteste in togo

Da cinque mesi si susseguono scontri e proteste in Togo, una piccola striscia di terra fra Ghana e Benin nell’Africa occidentale, dove gli otto milioni di abitanti chiedono le dimissioni del presidente Faure Gnassingbe Eyadema. “La gente è stanca di esser presa in giro, la Chiesa togolese appoggia le richieste dei manifestanti” ci scrive padre Silvano Galli, 78 anni, missionario del Cusio dal 1972 in Africa e dal 2004 a Kolowarè, in Togo, con la Società per le Missioni in Africa (Sma).

Sono passati cinque mesi da quando in Togo è iniziata una seria crisi politica: da agosto una coalizione di 14 partiti di opposizione organizzano raduni e proteste quasi ogni settimana contro il presidente Faure Essozimna Gnassingbé, al potere dal 2005, dopo essere succeduto al padre, Étienne Eyadéma Gnassingbé, salito al potere con un golpe militare nel 1967. La dinastia governa il Paese da più di 50 anni.

Ancora mercoledì 27 dicembre 2017 migliaia di persone sono scese di nuovo nelle strade della capitale togolese, Lomé, per richiedere un limite al numero di mandati presidenziali e le dimissioni del Presidente. I Vescovi a settembre avevano appoggiato le richieste popolari chiedendo di ristabilire il limite dei due mandati presidenziali stabiliti dalla Costituzione del 1992. Un progetto di revisione della Costituzione è in atto, ma il limite di due mandati presidenziali non è retroattivo, e il presidente sarebbe autorizzato a presentarsi nel 2020 e nel 2005. L’opposizione non lo accetta.

“La mobilitazione continua. Perché la gente sa che senza la mobilitazione, non si può ottenere nulla “, ha detto all’AFP Jean-Pierre Fabre, presidente di Alleanza Nazionale per il Cambiamento (ANC) partito di opposizione. La Presidenza ha promesso, ai primi di dicembre, di aprire un dialogo con l’opposizione, i presupposti per esso (il rilascio dei manifestanti incarcerati, il ritiro delle forze di sicurezza nel nord …) sono in corso di attuazione.

Protesta in Togo

Diversi paesi dell’Africa occidentale sono preoccupati per l’instabilità che la continuazione delle proteste potrebbe causare. Alcuni hanno chiesto lo svolgimento di colloqui tra il governo e l’opposizione sotto la mediazione del presidente del Ghana Nana Akufo-Addo e Alpha Condé di Guinea. Anche il Benin e il Burkina Faso hanno assicurato la loro partecipazione ai colloqui. Dall’inizio delle proteste ci sarebbero stati una ventina di morti secondo un rapporto dell’AFP.

Ci sono stati molti osservatori che, fin dall’inizio del 2017, avevano avvertito il regime Gnassingbe della necessità di compiere riforme costituzionali, elettorali e istituzionali.

Il popolo togolese e la coalizione dei partiti dell’opposizione, rivendica oggi il puro e semplice ritorno alla Costituzione del 1992 e le dimissioni di Faure Gnassingbé. La repressione della manifestazione del 19 agosto ha provocato numerosi feriti, morti, arresti e profughi. E’ stato l’inizio di una caccia all’uomo lanciata dal regime contro l’opposizione e centinaia di migliaia di togolesi che scendono nelle strade di tutto il paese e nella diaspora quasi ogni settimana.

Le repressioni sono state violente specialmente a Sokodé, assediata dal’esercito, a  Bafilo, a Mango dove la popolazione è fuggita in Ghana dopo aver visto distrutti beni e aver perso tutto. [Il vescovo di Dapaong mons. Dominique Banléne Guigbile si è recato a Mango per sostenere la popolazione. Ha scritto:

La popolazione di Mango e dintorni è rimasta profondamente sconvolta, traumatizzata e ferita dallo stato di guerriglia urbana che dura da diversi giorni. Questi eventi sfortunati hanno ulteriormente minato la pace e la coesione sociale già minacciati dalle ripetute tensioni sociopolitiche degli ultimi anni. Un clima di psicosi, paura, sfiducia e sospetto si è stabilito tra la gente, compromettendo pericolosamente la fondamentale e legittima aspirazione alla fraternità e al vivere insieme nel rispetto della loro diversità”…
“Come guida del popolo di Dio di questa Regione della Savana, esprimo la compassione e la solidarietà di pastori, fedeli e comunità cristiane della Chiesa cattolica a tutti coloro che sono stati toccati da questi eventi. Condanniamo fermamente questa violenza indiscriminata ed esprimiamo la nostra profonda indignazione per la brutalità con la quale vengono trattati i cittadini. Ci appelliamo alla coscienza di tutti e chiediamo una giustizia equa per le vittime; le persone innocenti non vengano punite al posto del vero colpevole; il rispetto dei diritti e della dignità della persona sia garantito a tutti”….
“Infine, invitiamo tutti a rinunciare ad ogni forma di violenza e a intraprendere in maniera risoluta il percorso della verità, del rispetto per gli altri, della tolleranza, del perdono e della cultura della vita insieme, indispensabile alla pace e alla coesione sociale che tutti i Togolesi chiedono. E’ ora che diventi realtà l’auspicio ‘mai più sulla terra dei nostri antenati’, costantemente sommersa dal sangue dei suoi figli, versato per i propri fratelli e sorelle. Per fare questo, dobbiamo disarmare i nostri cuori da rancori distruttivi e omicidi che minano la vita individuale e avvelenano le relazioni interpersonali e sociali. La sacralità della vita umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, è uno dei valori fondamentali condivisi da tutti i Togolesi, indipendentemente dalle loro origini, religioni e gruppi di appartenenza. Cerchiamo di mantenere questo prezioso patrimonio, essere costruttori di pace, promotori della vita e farlo prevalere sulla cultura della violenza e della morte”]

La conferenza episcopale del Togo ha pubblicato una lettera pastorale per commentare la situazione del Paese. I vescovi ricordano che “le riforme costituzionali rivestono un’importanza particolare, senza le quali è impossibile riportare la pace e la coesione sociale nel nostro Paese” Anche loro reclamano un limite al numero dei mandati presidenziali, in modo da permettere un’alternanza ai vertici dello Stato,

Commentando la lettera Mons. Nicodème Anani Barrigah-Benissan, Vescovo di Atakpamé, che è stato Presidente della Commissione Verità, Giustizia e Riconciliazione, ha ricordato che la Commissione da lui presieduta, a febbraio 2012 aveva consegnato al Presidente Gnassingbé un rapporto di 68 raccomandazioni “per consolidare la democrazia e pacificare il clima sociale”, che non sono state però messe in pratica. “Noi Vescovi pensiamo che occorre avviare un dibattito sulle riforme in conformità alla Costituzione del 1992, per risolvere la situazione in modo poi di andare avanti” ha concluso.

Anche se mons. Barrigah afferma che le conclusioni dei vari dialoghi da lui guidati non sono state messe in pratica, i Vescovi continuano ad avere fiducia, ma la gente ha la sensazione di essere presa in gira da vent’anni. ”Il potere deve capire che il desiderio del popolo è la partenza pura e semplice del Presidente. Dal 1992 siamo passati di negoziati in negoziati, d’accordo in accordo. Il governo non ha mai rispettato le conclusioni scaturite dai negoziati. Oggi tutti sono stufi, ecco perché manifestiamo sulle strade. Non c’è più nulla dare, hanno tirato troppo la corda, si sta per spezzare”.

Il ministro degli Affari Esteri del Gambia ha lanciato un pubblico appello al Presidente del Togo Faure Gnassimbé perché lasci immediatamente il potere. Robert Dussey, capo della diplomazia togolese, lo ha giudicato irresponsabile.

L’arcivescovo di Lomé mons. Denis Amuzu-Dzakpah ha dichiarato in una intervista al giornale La Croix: “Ciascuno deve ora mettersi al lavoro e assumere le proprie responsabilità. I togolesi non sono portati alla violenza. Il loro genio culturale è la pace, l’intesa, la fraternità. Sono qualità inserite nella nostra anima. Noi abbiamo il dovere di elevare la voce a nome di tutti. Ora la verità non è neutra, va contro la menzogna. Presto o tardi la verità trionferà nell’amore e il perdono”.

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